Processo Cagnoni: la Pubblica Accusa dice che ci sono già gli elementi per chiudere con una condanna

Venerdì 22 Dicembre 2017

La difesa invece chiede gli arresti domiciliari - Matteo Cagnoni vorrebbe rivedere i figli perchè, dice, "non sono mica il conte Ugolino”

Oggi - venerdì 22 dicembre - si è svolta l'ultima udienza del 2017, nell’aula di Corte d’Assise di Ravenna, del processo a Matteo Cagnoni accusato di avere ucciso la moglie Giulia Ballestri. Un’udienza caratterizzata dall’esame di una decina di testimoni dell’accusa, esame effettuato con insolita speditezza e senza particolari intoppi tanto da esaurirsi nell’arco della mattinata. Poi nel primo pomeriggio, davanti ad un pubblico ridotto al lumicino - complici le festività natalizie - l’evento clou della giornata: l’ennesima richiesta del difensore dell’imputato, l’avvocato Giovanni Trombini, di arresti domiciliari per Cagnoni. 

Ma soprattutto una nuova dichiarazione spontanea dell’imputato, dopo le scuse presentate nell’udienza precedente, in seguito alla violenta aggressione verbale alla madre della vittima, Rossana Marangoni. Andiamo con ordine.

Il primo a salire sul banco dei testimoni è Armando De Gregorio ispettore della Scientifica di Ravenna che ha girato il video del sopralluogo dopo il ritrovamento del cadavere di Giulia. Con lui si torna di nuovo nella casa di via Padre Genocchi. L’epicentro del crimine, spiega, è quella zona della casa che conduce dal ballatoio, presumibilmente il luogo dove inizia l’aggressione a Giulia e dove viene trovato il bastone sporco di sangue, alla cantina dove è stato trovato il suo corpo senza vita. Due luoghi collegati idealmente da una serie di tracce. Si torna a parlare delle impronte dei palmi delle mani intrise nel sangue di Giulia attribuite a Matteo Cagnoni, tracce trovate sul muro della cantina e sul frigorifero.

Chi ha commesso l’omicidio ha cercato poi di ripulirsi di quel sangue. Chi è entrato nella villa, conferma ancora l’ispettore De Gregorio, lo ha fatto dall’ingresso principale, utilizzando le chiavi e poi componendo il numero per disinserire l’allarme. Tocca al difensore di Cagnoni, l’avvocato Trombini, fare le pulci nel suo interrogatorio. I suoi appunti si muovono in due direzioni: la mancanza di una cartina in scala della casa dei fantasmi e il fatto che le indagini degli inquirenti si siano concentrate sul luogo del delitto, la cosiddetta zona rossa, evitando altre parti della casa dove si sarebbero potuti trovare altri elementi interessanti. La tesi della difesa è quella dell’omicidio compiuto da una persona introdottasi nella villa abbandonata: è cosa nota e l’interesse dell’avvocato Trombini su questa parte delle indagini va in questa direzione.

 

Poi è la volta del commissario Aldo Quarta, della Mobile di Ravenna. Proprio lui è il destinatario di una telefonata dell’imputato Cagnoni. Sono le 23.17 del 18 settembre, le forze dell’ordine sono state informate del fatto che Giulia Ballestri non si trova. Il commissario Quarta ha telefonato al fisso della casa di Firenze dei genitori dell’imputato, che non c’è. Lascia comunque detto che in Questura a Ravenna hanno bisogno di parlare con lui. L’ispettore Quarta lascia il numero del suo cellulare. Quando Cagnoni richiama mette in viva voce in modo che i colleghi che si trovano con lui nella stanza e il Sostituto procuratore Cristina D’Aniello possano sentire. L’imputato dice di stare accompagnando a casa il padre. Quando il commissario lo informa della necessità di avere un colloquio con lui, prima capisce che il colloquio deve avvenire in Questura a Firenze, poi quando gli spiegano che invece deve venire a Ravenna, dice che è stanco, che ha avuto una giornata pesante, cerca di spostare l’appuntamento alla mattina successiva.

Il commissario dichiara la disponibilità di recarsi in Questura a Firenze. Cagnoni lo avrebbe chiamato per mettersi d’accordo non appena rientrato nella casa paterna. “Ma non lo ha mai fatto - afferma il commissario - e cosa curiosa non mi ha chiesto nulla del perché volevamo parlare con lui”.

È la volta poi di Lorenzo Bovina il taxista che andò a prendere Matteo e il padre Mario Cagnoni da via Barberia, a Bologna, quando i due si recarono il 18 settembre dall’avvocato Trombini. Riconosce Matteo Cagnoni che anche nell’udienza di stamane ha avuto il permesso del Presidente della Corte Corrado Schiaretti di sedere accanto ai difensori. Dopo il rapido esame di Antonietta Boninsegna e Maria Teresa Malaguti, rispettivamente segretaria e direttore sanitario di Villa Toniolo - la casa di cura di Bologna dove Matteo Cagnoni faceva ambulatorio ogni venerdì mattina - a salire sul banco dei testimoni è Giandomenico Cavallucci. Si tratta di un agente della Polfer amico di Cagnoni di vecchia data ma che aveva anche un rapporto di amicizia con Giulia. Racconta che l’imputato si è rivolto a lui per un favore: l’acquisto a suo nome di schede telefoniche. Il motivo? “Voleva contattare delle accompagnatrici quando si trovava a dei convegni fuori città”.

Cavallucci però conosce anche molto bene Giulia e non se la sente di farlo personalmente: lo chiede ad un amico Lucio Collini, un altro dei testimoni sentiti nell’udienza di stamane. Viene anche letto un passo di una lettera scritta all’amico dall’imputato quando era già in carcere. Nella missiva Cagnoni scrive che quando pensa alla sua storia con Giulia gli viene in mente il film “Pretty woman”, dove lui “bello, alto, biondo e ricco” in versione Richard Gere elargisce sicurezza interiore ad una Giulia, fragile, sbandata. Terminato l’esame dei testi presenti, il Pm Cristina D’Aniello chiede una decina di minuti per fornire la sua lista di testimoni previsti per l’udienza successiva fissata per il 19 gennaio e il difensore di Cagnoni fa il suo annuncio: ripresenterà la domanda di arresti domiciliari. Cosa che avviene puntualmente nel pomeriggio.

 

 

LA RICHIESTA DEI DOMICILIARI E LA FERMA OPPOSIZIONE DELL'ACCUSA

Il suo assistito è in custodia cautelare dal 19 settembre 2016 e a suo dire sarebbe arrivato il momento di tramutare il carcere in arresti domiciliari con braccialetto elettronico in un appartamento preso in affitto dal fratello in Largo Chartres. Secondo il difensore non esisterebbero più le esigenze cautelari che fino a questo momento hanno costretto Cagnoni a rimanere in carcere: il pericolo di reiterazione del reato, l’inquinamento delle prove, il pericolo di fuga. Nell’illustrare le sue motivazioni, l’avvocato Trombini tocca il tasto del sentimento: parla del “lungo tempo passato in un luogo di totale privazione come il carcere, senza la possibilità di vedere i suoi bambini”, afferma che durante questo lungo periodo di detenzione non è emerso alcun elemento di prova che Cagnoni sia una persona pericolosa e che quindi non esiste “un concreto e reale pericolo di reiterazione del reato”.

“Certo – ammette il difensore con riferimento alle intemperanze del suo assistito nel corso dell’ultima udienza – ha avuto qualche comportamento poco ortodosso, ha avuto qualche scatto”, ma è evidente che “una situazione di tipo domestico può aiutare a rasserenare”. Idem per il pericolo di inquinamento delle prove: “Qual è la differenza fra lo stare in carcere o abitare in un appartamento in pieno centro a Ravenna, con il braccialetto elettronico e l’auto della polizia a controllare? Non ne vedo”. Infine il pericolo di fuga. Cagnoni fuggì la notte fra il 18 e il 19 settembre quando era nella villa di Firenze ma poi tornò. E comunque se scappò fu per colpa di un attacco di panico, di cui il suo assistito soffriva. L’avvocato Trombini cita la testimonianza dell’amico psicologo, dottor Tadolini, che aveva dato una definizione dello stato d’ansia di Cagnoni parlando di depersonalizzazione: “sensazione di non potere stare fermo, di non riuscire a stare lì”.

Alle richieste dell’avvocato Trombini si oppone il PM Cristina D’Aniello esponendo la sua netta contrarietà in modo appassionato. Gli elementi indiziari, anzi probatori, sono talmente gravi dice, “che io penso che già oggi si possa chiudere il processo con una condanna”. La Pubblica Accusa ricorda del biglietto del parcheggio dell’aeroporto di Bologna che porta la data del 18 settembre 2016, della valigia bianca inquadrata dalle telecamere di videosorveglianza che farebbero intuire un Cagnoni già sulla via di fuga. A proposito poi della fuga da una finestra della villa di Firenze il PM ricorda “che ci si costituisce in Questura, non di notte, passando per i campi”.

E in merito all’inquinamento probatorio ricorda le numerose lettere inviate da Cagnoni dal carcere anche durante il processo, lettere in cui, sottolinea Cristina D’Aniello, l’imputato concentra la sua attenzione sui testimoni, riferendo anche di cose non dette, quasi mandasse dei messaggi ai testimoni successivi. Infine il pericolo di reiterazione del reato. “Vogliamo vedere come questo delitto è stato commesso? Chi ha infierito su quel corpo non è un rapinatore”, ma qualcuno che ha covato un odio profondo, sfociato nell’omicidio.

Infine il riferimento alle intemperanze di Cagnoni nell’udienza della volta scorsa. “Ho visto gli agenti di polizia carceraria faticare a trattenere l’imputato. Ho sentito con le mie orecchie l’offesa alla madre di Giulia. L’ho sentito io con le mie orecchie dire: toglietemi le mani di dosso”. È questa brutalità che rende il delitto reiterabile. A questo punto il difensore si alza e informa la Corte che il suo assistito vuole rendere una dichiarazione spontanea.

Cagnoni dice di avere ascoltato le belle parole del suo avvocato e del PM che parla di lui come se fosse già colpevole, ma che lui fin dall’inizio si è sempre dichiarato innocente. “Le lettere – aggiunge – mi hanno salvato la vita. Se non avessi avuto quella penna e quei fogli…Mi hanno veramente salvato la vita. Quando scrivo evado”. E poi confessa, prima di chiudere la sua dichiarazione spontanea con gli auguri di Buon Natale, che la sua sofferenza più grande è per i figli che il tribunale, incomprensibilmente a suo parere, non gli consente di vedere (“Non sono mica il conte Ugolino”).

“Io - assicura - non andrei mai via dalla città dove ci sono loro”.

In merito alla richiesta degli arresti domiciliari la Corte presieduta da Corrado Schiaretti si è presa i cinque giorni previsti dalla legge per decidere. Il processo riprenderà il 19 gennaio 2018.

 

Ro. Em.



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