Processo Cagnoni. Parla il nuovo compagno: "Giulia era in un tunnel dal quale era difficile uscire"

Sabato 11 Novembre 2017
Roberto Bezzi, il nuovo compagno di Giulia Ballestri. Ha deposto ieri, durante la quarta udienza del processo

Giulia aveva paura del marito e amava i figli. Il sostituto commissario Stefano Bandini ha ricostruito la scena del delitto. Nella villa di via Genocchi trovate due impronte del dermatologo accusato di avere ucciso la moglie. Le udienze riprendono venerdì 17 novembre

Ieri - venerdì 11 novembre - quarta udienza, in Corte d’Assise a Ravenna, del processo al dermatologo Matteo Cagnoni accusato di avere ucciso la giovane moglie Giulia Ballestri. La mattinata e parte del pomeriggio sono state dedicate ad una testimonianza “pesante”: quella di Stefano Bezzi, l’uomo con il quale Giulia aveva iniziato una relazione. Il suo nuovo compagno. Poi il Pm Cristina D’Aniello ha iniziato l’audizione di un altro testimone molto importante: il sostituto commissario Stefano Bandini che ha coordinato tutta l’attività di indagine. Quest’ultimo continuerà la sua deposizione nella prossima udienza, in programma venerdì 17 novembre.

STEFANO BEZZI: GIULIA ERA IN UN TUNNEL

“Giulia si trovava in un tunnel dal quale non era più in grado di uscire e l’ostacolo più grande era il suo amore per i figli”. La testimonianza del nuovo compagno di Giulia offre un quadro coerente con quello dipinto nell'udienza precedente dal fratello Guido Ballestri e dall’amica del cuore Elisabetta Amicizia: la vittima stava vivendo una situazione di disagio profondo, causata da un matrimonio ormai arrivato al capolinea e dal comportamento “ossessivo” del marito.

“Ci siamo conosciuti portando i bambini a scuola e la nostra amicizia si è intensificata nel giugno del 2015. Ci raccontavamo le nostre vite. – ricorda Stefano BezziLei raccontava il disagio che provava a stare a casa con il marito. Un disagio che faceva capire che il suo matrimonio era finito”.

Come hanno già raccontato il fratello e la sua amica più cara, Giulia viveva una situazione da “sorvegliata speciale” che negli ultimi mesi era diventata sempre più pesante. “Piano piano – racconta Bezziil marito le aveva fatto terra bruciata attorno. Poteva uscire solo con gli amici di lui e il marito controllava persino il suo cellulare”.

Rispetto alle loro testimonianze però c’è qualcosa di più: ci sono le decine di messaggi inviati da Giulia a Stefano Bezzi attraverso Instagram e WhatsApp. Messaggi che raccontano in prima persona l'inquietudine, l'angoscia, la paura della vittima poche settimane prima della morte.

“Spero che non mi distrugga”, scrive Giulia che teme di perdere l'affetto dei figli e ha paura che il marito possa fare qualcosa contro la sua famiglia, contro di lei o contro l’uomo con il quale vuole passare il resto della vita. Bezzi conferma che Giulia era preoccupata del fatto che in cassaforte ci fosse una pistola (gli manda persino una foto dell’arma via WhatsApp) e dice che la paura della donna si spingeva fino a bere solo dalle bottiglie aperte da lei stessa.

Nello stesso tempo, il fatto che il marito, che l’ha fatta seguire da un’agenzia di investigazioni private, abbia saputo della sua relazione con Bezzi provoca in lei quasi un senso di sollievo: “Per fortuna che ci ha scoperti, sennò non mi avrebbe mai lasciato andare”.

Lui, Matteo Cagnoni, che nel corso dell’udienza un po’ prende appunti, un po’ parla sottovoce con il suo difensore, secondo la deposizione del nuovo compagno accusa la moglie di averlo disonorato e le impone di rigare dritto fino al 13 settembre 2016, giorno in cui dovranno vedere un avvocato di Forlì per l’accordo di separazione.

Ma dopo quell’incontro Giulia “è delusa ed arrabbiata: dice che è stata tutta una sceneggiata inutile, è ancora più decisa a separarsi” racconta Bezzi.

 

L'ULTIMO MESSAGGIO DI GIULIA E POI IL SILENZIO

L’ultima volta che Stefano Bezzi sente Giulia è il 15 settembre quando alle 23 circa riceve al cellulare un messaggio in cui lei gli augura la buonanotte. Si devono vedere la mattina dopo, ma lei che ha sempre fatto di tutto per non mancare mai ad un appuntamento non si fa viva e non risponde neppure ai suoi messaggi preoccupati. Fin qui Stefano Bezzi.

Puntuale e precisa la prima parte della testimonianza del sostituto commissario Stefano Bandini. A lui spetta il compito più ingrato e doloroso: raccontare del terribile ritrovamento del corpo martoriato di Giulia nella cantinetta della villa abbandonata di via Padre Genocchi. Tanto che parla in tono gentile, consapevole nella presenza in aula del fratello della vittima, del suo compagno, di qualche amico di famiglia. È con la sua testimonianza che comincia a delinearsi un quadro degli elementi probatori che hanno portato in carcere Matteo Cagnoni con l’accusa di avere ucciso la moglie.

Guido Ballestri e Stefano Bezzi, come è noto, si recano in questura nel primo pomeriggio di domenica 18 settembre 2016: entrambi per denunciare la scomparsa Giulia che non sentono da tre giorni. Iniziano le ricerche. Prima nell’abitazione di via Giordano Bruno dove gli investigatori entrano dopo che i vigili del fuoco hanno forzato una finestra. La casa è vuota non c’è traccia né di Giulia, né del marito e dei tre bambini che si trovano con il padre a Firenze nella villa dei nonni.

 

LA CASA DEGLI SPIRITI E UNA SEDUTA SPIRITICA PER METTERSI IN CONTATTO CON I FIGLI DEL DUCE

Poi le ricerche passano nella casa al mare di Marina Romea: le chiavi sono in un borsello che viene trovato nell’appartamento di Ravenna. Il fratello di Giulia ad un certo punto parla anche della villa abbandonata di via Padre Genocchi. Giulia e il marito avrebbero dovuto recarsi lì, il 16 settembre, per fotografare alcuni quadri che Cagnoni voleva dare ad un antiquario. Proprio lì, nella "casa dei morti", in cui l’imputato non voleva andare solo - era convinto fosse infestata da oscure presenze, come è emerso nell’udienza del 3 novembre scorso e che anche nel dibattimento di ieri è tornata a fare parlare di sé - per questo curioso aspetto, grazie ad una presunta seduta spiritica per mettersi in contatto con i figli di Mussolini.

Nella villa abbandonata la polizia entra grazie alle chiavi portate da una guardia giurata della Colas e dopo avere digitato il codice per staccare l’allarme inserito. Non ci sono segni di effrazione, né oggetti che possano essere stati utilizzati da un eventuale intruso per entrare. 

 

LA SCENA DEL DELITTO

La scena del delitto emerge a poco a poco. Ci sono schizzi di sangue un po’ dappertutto, anche se qualcuno ha cercato di pulire. Su una parete, secondo i rilievi della scientifica, l’impronta intrisa nel sangue di Giulia del palmo della mano destra dell’imputato Cagnoni e sul frigorifero, invece, quella del palmo sinistro.

Giulia probabilmente è stata uccisa al piano di sopra e poi trascinata lungo le scale fino al luogo del ritrovamento del suo cadavere. Al primo piano, in una stanza con un letto, gli investigatori trovano la probabile arma del delitto: un bastone di poco più di mezzo metro e di 6 centimetri di diametro, quasi completamente sporco del sangue della vittima. Al primo piano sul ballatoio ci sono i tre quadri di Samorì che Cagnoni avrebbe dovuto dare ad un antiquario, perché fossero venduti o messi in mostra.

Sono i quadri per i quali Giulia e Matteo Cagnoni si sarebbero recati il 16 settembre nella casa abbandonata.

 

Su domanda del Pm, Cristina D’Aniello, Bandini rivela che c’è una foto inviata via WhatsApp dal cellulare di Cagnoni all’antiquario in questione. La foto, per altro in controluce, raffigura una persona che mostra uno dei quadri: questa persona indossa lo stesso paio di jeans che indossava Giulia il 16 settembre. Mentre la Scientifica ispeziona la casa di via Padre Genocchi a Ravenna, a Firenze intanto avviene il fermo di Cagnoni. Le circostanze sono note. Cagnoni come dimostrano le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza domestica, tenta di fuggire da una finestra, poco dopo la mezzanotte.

Verrà fermato cinque ore dopo, mentre stava facendo ritorno nella casa paterna. Gli inquirenti durante la perquisizione nella villa dei genitori sequestrano due cuscini appartenenti a delle poltroncine che si trovavano nella villa di via Genocchi. Anche questi sono imbrattati di sangue: il sangue di Giulia.

 

A cura di Ro. Em.

 

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